La nostalgia del vento salato – Yearning for the salty wind

Sono le undici di mattina di un banalissimo venerdì, e per la prima volta in settimane il cielo non è marmoreo, l’aria non è pungente e le mie scarpe non sono completamente sgocciolanti. In verità non è neanche la giornata perfetta, eppure il sole che sbuca fuori dalle nubi sottili mi colpisce con determinazione in mezzo alle scapole mentre mi incammino verso casa, imperlandomi la schiena di sudore. Tra uno sbadiglio plateale e l’altro svolto a destra alla fine della strada e ho i pensieri così intorpiditi ancora dal sonno, che a malapena mi accorgo di aver salutato il compagno con cui stavo chiacchierando e già mi trovo sul ponte.

Una folata di vento mi colpisce in pieno viso come uno schiaffo gentile e io rallento, noncurante delle biciclette che mi sfrecciano accanto, trasportata in un altro momento.

Il lungomare durante la mareggiata è un posto meraviglioso. Sospeso sopra la spuma infuriata, uno riesce ad essere coinvolto senza rischiare di venire inghiottito. Il rumore è assordante, mille tuoni in un secondo, le onde schiaffano le rocce con tale forza che il suono riverbera nell’aria satura di mare. Il blu è travolgente, esplode ovunque con una potenza paurosa.

Durante la tramontana invece il mare va vissuto da dentro, nuotando. L’acqua pare piatta, uno specchio perfetto, eppure anche fresca e giocosa, che spumeggia leggera lambendoti le orecchie. È un contrasto impossibile. Sotto, il paesaggio è ancora meglio, sfocato, a tenerti compagnia solo il suono del sangue che scorre nelle vene e l’eco del motore di una nave distante.

Cosa unisce le due facce della medaglia? Il vento. Quel vento che ne viene bagnato dal contatto con il blu più brillante o il grigio più fosco. Quel vento che pervade tutto col suo suono e scuote l’aria come fosse una vela, producendo quel rumore come di ali che battono, che vibra quasi. Il vento di mare.

Strano come servano tutte queste parole per descrivere qualcosa che nel tuo cervello è avvenuto nel giro di una frazione di secondo, così rapidamente che se non stai attento non te ne accorgi. Sì, quel venerdì sul ponte c’era lo stesso vento. Il fiume sotto di me luccicava, e aveva l’aspetto un po’ opaco di quando l’acqua si trova riflettere un cielo non completamente terso. Le due colline verdi ai lati, il castello arroccato, i rematori in allenamento, le papere coi piccoli… il paesaggio è veramente fiabesco, quasi potrebbe essere un quadro impressionista. Però c’è qualcosa che manca. Ci ho pensato su parecchio, non mi veniva in mente. Era davvero un dettaglio molto piccolo, quasi impercettibile, eppure in qualche modo fondamentale.

Oh, ma certo! Era così semplice in fondo…

Il vento non era salato.

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It’s eleven o’clock on a perfectly normal Friday morning, and for the first time in weeks the sky isn’t slate grey, the air isn’t nippy and my shoes are not sopping wet. To be honest it’s not exactly the perfect day either, though the sun peeping out through the veil of clouds hits me in the back with surprising force as I’m heading home, lightly glazing my back with sweat. Yawning dramatically I turn right at the end of the road and my head is still so sleepily switched off, that I barely notice saying goodbye to the classmate I’d been chatting with and I find myself already on the bridge.

A gust of wind hits me in the face like a gentle slap and I slow down, not really caring much about the bicycles racing past me, already being transported to another moment.

The promenade when the sea is rough is a pretty amazing place. Suspended high above the furious foam, you can be involved without risking being swallowed. The noise is deafening, a thousand claps of thunder in a second, the waves whack the rocks with such violence that the sound reverberates in the sea saturated air. The blueness is overwhelming, it explodes everywhere with fierce power.

But while the north wind blows the sea is to be lived from within, swimming. The water seems flat, a perfect mirror, yet also fresh and playful, lightly foaming to touch the tip of your ears. It’s an impossible contrast. Beneath, the seascape is still better, slightly out of focus, with only the sound of the blood pumping in your veins and the gentle throb of a far-away engine as companions.

What brings the two worlds together? Wind. That wind that comes dampened by contact with the deepest blue and the darkest green. That wind that permeates everything with its sound and flaps the air like a sail, making that peculiar noise as of wings beating, almost vibrating. It’s the sea wind.

Funny how you need all these words to describe a process that in your mind took a fraction of a second to happen, so quick that if you forget to pay attention you risk missing it. Yes, there was that very same wind on the bridge that Friday. The river below me was sparkling, and had that typical opaque look of when water finds itself having to reflect a sky which isn’t completely clear. The green of the hills embracing the water on both sides, the shadow of the castle in ruins, the rowers rowing, the ducks and ducklings… the landscape sounds like it may belong to a fairy-tale, or it could almost be an impressionist painting. But there is something missing. I’ve thought about it a lot, couldn’t quite put my finger on it. Really, it was a very small detail, almost unnoticeable, and yet somehow essential.

Oh, but of course! It really was quite simple in the end…

The wind wasn’t salty.

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