The essay – Il saggio (di quelli che si scrivono, non di quelli con la barba bianca e l’aria saggia)

My poor desk under essay conditions ------------------------------------- La mia povera scrivania, sotto pressione da saggio

My poor desk under essay conditions
La mia povera scrivania, sotto pressione da saggio

The essay

The door shuts behind me. Golly, I had almost forgotten what it’s like to be on the outside! There’s a feeling of freedom that comes with the sudden awareness of not having a roof and four walls surround you that is quite extraordinary. The light is brighter, it feels like when I suddenly remember to clean my glasses after so many untimely fingerprints. I can’t say it’s a beautiful day and the sun is shining though, because it’s cloudy and wet and cold. But it is wonderful nonetheless. With a warm woolly jumper, I don’t even need to button up my coat and I can let the crisp air reinvigorate me. Doubts and insecurities still cloud my mind, but my optimism has won back its throne, and is slowly whisking away the clouds and coming back to shine. Nothing can ruin this moment, the sound of wet tyres in my ears, my hand slightly frozen, as it tightly holds those fatal ten sheets of paper. Approaching the building, the blood finally rushing in my veins after so many days of inactivity, the doors all swing open for me. Apart from one, which opens slightly slower than I’d expected it to, so I nearly face plant it. But that’s beside the point. Up four flights of stairs, my heart is properly pounding now (God I’m unfit).

Finally, the box.

I kneel down before it. A deep breath, a last minute pep talk (please be good enough, please be good enough, please be good enough!). Swish. Clunk. Gone.

Yes!

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Il saggio (di quelli che si scrivono, non di quelli con la barba lunga e l’aria saggia)

La porta si chiude dietro di me. Cielo, mi ero quasi dimenticata come ci si sente dal di fuori! C’è una certa sensazione di libertà che ne viene dall’improvvisa consapevolezza di non avere più un tetto e quattro muri a circondarti che è proprio straordinaria. La luce è più brillante, è come quando mi ricordo all’improvviso di pulire gli occhiali, dopo così tante ditate inopportune. Non posso però dire che è una bellissima giornata, con il sole che splende, perché è fredda, e annuvolata, e uggiosa. Ma è ugualmente meravigliosa. Con un bel maglione di lana caldo, non devo neanche abbottonare il cappotto, e posso lasciare che l’aria frizzante mi rinvigorisca. Dubbi ed insicurezze mi annebbiano la mente, ma l’ottimismo si è già ripreso il suo trono, e sta lentamente spazzando via le nuvole e tornando a brillare. Nulla può rovinare questo momento, il suono degli pneumatici bagnati nelle orecchie, la mia mano leggermente congelata, mentre si stringe attorno quelle fatali dieci pagine. Giungendo all’edificio, il sangue che finalmente mi pompa nelle vene dopo così tanti giorni di inattività, tutte le porte mi si spalancano aperte. A parte una, che si apre un po’ più lenta di quello che mi aspettavo, e manca poco che mi ci schianti. Ma non è quello il punto. Quattro rampe di scale più su, il mio cuore sta battendo bello forte (Dio mio quanto sono fuori allenamento).

Finalmente, la cassetta.

Mi inginocchio. Un respiro profondo, un incoraggiamento dell’ultimo minuto (fa’ che basti, fa’ che basti, fa’ che basti!). Swish. Clunk. Andata.

Evvai!

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