It’s snowing – Nevica

Snow flakes, extreme close-up

Sitting in the café, desperately trying (and ultimately failing) to make an article on Indian female emancipation more appealing, I notice that I’m actually feeling rather chilly. The flask promptly comes to the rescue with hot, strong, sweet tea, but somehow it’s not enough. The chill is in my bones now. What is usually my favourite spot to study starts to take on bleaker connotations. Are the benches normally so hard? Is it always so full of annoying people? My back hurts, I resent people walking by too fast, because they produce a nasty, chilly draught. I think it’s time to accept that I need to go home.

I collect my things, spending a couple of minutes cursing academics for their annoying tendency to write too much. I fasten my coat and brace myself.

The door opens… geez! It’s even worse than I imagined. It feels like when in summer your very funny friends decide to pour seawater all over you while you’re sunbathing. A proper shock to the system.

And then. I’ve only been walking for half a minute, when everything changes. As I’m passing the railway bridge, it happens. At first slowly, timidly, and then gathering up momentum and enthusiasm, snowflakes start swirling all around. I look up to the sky and they tickle my face, cold and friendly. It’s like passing through a curtain of feathers. It is almost imperceptible, and yet unmistakeable. More substantial than air, certainly less violent than hail, more welcome than mere rain; you are definitely walking through something.

Suddenly you forgive the weather for being so cold. The more you walk, the more you begin to resemble a snowman, as the flakes accumulate on your coat and hair, your feet are numb, but who cares really, when you’re too busy looking up at the grey sky sprinkling its icing sugar on the cake that is the world?

My favourite thing is the sound of snow. It’s a very gentle pit-pattering, barely audible. If you pay attention though, you can hear it, as the flakes encounter your coat. A soft whisper, meant only for you, with its quietness it almost drowns out the sound of the cars rushing by, of squealing, excited children as they walk home from school, of squealing, excited university students as they talk to each other from the windows of their neighbouring houses.

It’s a funny thing, snow. If it isn’t cold or dry enough to settle, it only exists while it’s in the air, dissolving the instant it touches the cruel ground. It exists merely in the instant when you decide to notice it, then it is no more. And yet, ephemeral and unsubstantial as it is, it paradoxically had the power to warm me up more than my flask of tea. And that’s saying something! 😀

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Seduta nel Caffè, cercando (e purtroppo fallendo) disperatamente di rendere più appetibile un articolo sull’emancipazione femminile in India, mi rendo conto di avere un po’ freddino. Il thermos interviene prontamente in soccorso con del the caldo, forte e zuccherato, ma per qualche ragione non basta. Ormai il freddo mi è entrato nelle ossa. Quello che solitamente è il mio posto preferito per studiare comincia ad assumere delle tinte più fosche. Sono sempre state così dure queste panche? È sempre così pieno di gente irritante? Mi duole la schiena, mi turba la gente che passa troppo veloce, e produce una spiacevole, gelida corrente d’aria. Mi sa che è giunto il momento di accettare il fatto che devo andare a casa.

Raccolgo le mie cose, trascorrendo un paio di minuti felici a maledire gli accademici per la loro stupida tendenza a scrivere troppo. Mi abbottono la giacca e mi faccio coraggio.

Si apre la porta… porca trota! È ancora peggio di quanto avessi immaginato. La sensazione è quella di quando d’estate i tuoi amici, gli spiritosi, decidono di farti la doccia di acqua di mare mentre prendi il sole. Un bello scossone al sistema.

E poi. Non è neanche mezzo minuto che cammino, quando tutto cambia. Mentre sto passando il ponte ferroviario, è lì che succede. Dapprima lentamente, timidamente, poi cogliendo sempre più slancio ed entusiasmo, fiocchi di neve cominciano a vorticare tutto intorno. Guardo su al cielo, e mi solleticano il viso, freddi ma amichevoli. È come attraversare una coltre di piume. È quasi impercettibile, eppure inconfondibile. Più tangibile dell’aria, certamente meno violenta della grandine, più benvenuta della pioggia; è certo di stare camminando attraverso qualcosa.

All’improvviso ti trovi a perdonare il tempo per essere così freddo. Più cammini, più cominci ad assomigliare ad un pupazzo di neve, mentre i fiocchi si accumulano su cappotto e capelli, i piedi sono insensibili, ma in fondo chi se ne importa, dato che sei troppo impegnato a guardare su al cielo grigio che sparge il suo zucchero a velo sulla torta che è il mondo?

La mia cosa preferita è il suono della neve. È un picchiettio dolce, appena udibile. Se però fai attenzione, riesci a sentirlo, mentre i fiocchi incontrano la tua giacca. Un lieve sussurro, solo tuo, con il suo silenzio quasi copre il suono delle macchine che sfrecciano sulla strada, dei bambini chiassosi, eccitati che tornano a casa da scuola, degli universitari chiassosi, eccitati che chiacchierano l’un con l’altro dalle finestre di case vicine.

È buffa, la neve. Se non fa abbastanza freddo, se non è abbastanza secco, non si deposita, esiste solo nell’aria, dissolvendosi nell’istante in cui viene a contatto con il suolo crudele. Esiste solo nell’istante in cui decidi di farci caso, poi non è più. Eppure, per quanto effimera e inconsistente, paradossalmente ha più potere di scaldarmi che non il mio thermos di the. Mica roba da poco! 😀

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The depressing birthday – Il compleanno deprimente

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Mi ricorderò sempre del mio diciannovesimo compleanno. Per certi versi, preferirei dimenticarmene, ad essere del tutto sincera. Ovviamente, essendo del 20 settembre, ben pochi giorni erano passati dal mio insediamento nella nuova vita da studente universitaria. Arrivai a Cardiff il mercoledì, ed il mio compleanno era il venerdì. Fu un po’ deprimente, perché era la prima volta che compivo gli anni e non c’era nessuno a colazione a farmi gli auguri, o a venirmi a svegliare con una tazza di thé (sì, l’avrete già capito, sono fissata col thé).

Quello era il giorno in cui l’università aveva organizzato una sorta di fiera per presentare varie associazioni e informazioni utili per le matricolette come me. Mi ricordo che la sera prima eravamo usciti con il (ormai) solito gruppo di amici, tra cui c’era un ragazzo indiano che mi aveva preso in simpatia, e che mi aveva detto che l’indomani sarebbe venuto alla fiera con me, e di andare a svegliarlo. Io puntualmente alle nove del mattino dopo mi ero presentata nel suo appartamento e avevo bussato alla porta, per trovare che era ancora a letto. Un po’ imbarazzata, mi resi conto che forse erano solo parole quelle della sera prima, e che non avesse mai avuto veramente l’intenzione di venir svegliato da me. Ma ormai il danno era fatto, e alla fine andammo alla fiera insieme.

L’altro episodio che rese questo compleanno memorabile, fu che conobbi la seconda coinquilina. Il fatto è che arrivò di pomeriggio tardi, quando ormai ogni mio tentativo di consolarmi per la mia struggente malinconia di casa era ormai fallito (ero per strada quando mi  prese, e dovetti contare fino a trecentottanta in francese per riuscire ad arrivare a casa senza scoppiare in lacrime). Ero in preda ai singhiozzi quando venne a bussare alla mia porta. Probabilmente la traumatizzai… Ciononostante, da brava inglese, mi offrì una tazza di thé (oh, finalmente un inglese normale!) e diventammo subito amiche.

Poi, come dimenticare che quella sera feci la mia prima conoscenza con l’allarme antincendio! Dovete sapere che nelle case dello studente l’allarme antincendio è una presenza fissa, è uno stile di vita; alla fine diventa quasi un amico (anche se in verità lo odi). Perché ogni camera da letto è dotata di un sensore sensibilissimo, che scatta anche con il vapore della doccia. E l’allarme è un rumore fortissimo, ti penetra nelle ossa e fa vibrare ogni singola fibra del tuo corpo. Ti riverbera nel cervello. Per non parlare del mini infarto che ti viene ogni volta, appena scatta.

In fondo, sono tutte esperienze. La malinconia, il compleanno deprimente, i momenti imbarazzanti (in cui un bel  buco nel pavimento farebbe così comodo, ma si ostina a non apparire mai). Quando le vivi sul momento magari ti fanno anche girare un po’ il belino, ma poi vengono a far parte del tuo bel bagaglio di aneddoti divertenti da sfornare ogni volta che sei in presenza di amici. Non fui felice, il giorno del mio diciannovesimo compleanno. Però non lo voglio dimenticare, perché, nonostante fu il mio primo attacco di malinconia, e nessuno mi dedicò le stesse attenzioni che normalmente avrei ricevuto a casa, fu anche il giorno che conobbi la mia coinquilina. E di lei per certo mi voglio ricordare. E fu anche forse la prima volta che vidi la mia esperienza sotto una luce diversa, meno idillica, più reale.

Perdonate il finale filosofeggiante, ma mi è preso un attimo di entusiasmo… 😉


I’ll always remember my nineteenth birthday. In many ways, I’d rather forget about it, to be honest. Obviously, being born on the 20th September meant that very few days had passed since my settlement into my new life as a university student. I arrived in Cardiff on the Wednesday, and my birthday was on the Friday. It was rather depressing, as it was the first time I had no-one saying happy birthday to me at breakfast, or waking me up with a cuppa in bed (yeah, you’ve probably realised by now, I’m a little obsessed with tea).

That was the day the university organised a sort of fair in order to present various associations and useful information for little freshers like me. I remember that the night before we’d gone out with the (now) usual group of friends, among which an Indian lad whom I’d got along with, and who told me he would go to the fair with me the day after, and to go and wake him up. As can be imagined, the day after I was at his flat at nine o’clock and knocked at his door, only to find he was still in bed. It then embarrassingly occurred to me that maybe he was just being polite the night before, and he’d never really had the intention of being woken up by me. But the deed was done, and in the end we went to the fair together.

The other episode that made this birthday memorable, was that I met my second flatmate. The thing is, she arrived in the late afternoon, when every attempt at comforting myself from my heartbreaking homesickness had miserably failed (I was out and about when it struck me, and I had to count till three-hundred-and-eighty in French to manage to arrive home without bursting into tears). I was sobbing when she came to knock at my door. I probably traumatised her… Nonetheless, in good English style, she made me a cuppa (ah, finally a normal English person!) and we clicked straight away.

Then, how could I forget that that evening I made my first acquaintance with the fire alarm! You must know that in university halls the fire alarm is a constant presence, it’s a way of life; in the end it’s almost like a friend (though you actually hate it). Because every bedroom is provided with a hypersensitive sensor, that even goes off with the steam from the shower. And the alarm is a really loud noise, it penetrates your bones and makes every single fibre of your body vibrate. It reverberates in your brain. Not to mention the mini heart attack you get every time it goes off.

At the end of the day, it’s all experience. The homesickness, the depressing birthday, the embarrassing moments (where a hole in the floor would come in so handy, but stubbornly refuses to appear). While you’re actually living these things, they may even get on your nerves a little, but then they add up to your collection of funny anecdotes to pull out proudly whenever you’re among friends. I wasn’t happy, on the day of my nineteenth birthday. But I don’t want to forget it, because, though it was my first attack of homesickness, and no-one gave me the same attentions I would normally be given at home, it was also the day I met my new flatmate. And I sure want to remember her. And maybe it was also the first time I saw my experience in a different light, less idyllic, more real.

Do forgive the philosophising ending, but I got a little enthusiastic there… 😉

Chapter 1 – Capitolo 1

No going back... Ormai è fatta...

No going back…
Ormai è fatta…

The day I leave is very weird. There is so much luggage! I’m not used to it… And I’m flying over to the UK with my father, which is another first, we’ve never flown together, just the two of us. It kind of makes it feel like a summer holiday, especially as we don’t go directly to Cardiff, but stop over at my aunt’s for the weekend. We even go to London to visit my cousin, which I guess is the ultimate touristy activity. Nothing to do with actually moving out of Italy and deciding to live in the UK. It’s not the first time this happens, mind. My mother, my brother and I went to live with my grandparents in Wisbech (such a beautiful place!) in 2002, but it was a long time ago. Plus I’m going to live in Cardiff, the first of the family to do so. It has a very epic and sort of colonial taste to it… “Having conquered Scotland, England and Italy, the glorious family moves on to a new land: Wales!”

As a matter of fact, I’m very happy to be moving out of Italy. After five rather unglorious years of high school, surrounded by unpleasant people most of the time, it’s a relief to be going far, far away. That boot was becoming a little too tight. Away with the winter shoes, bring on the flipflops! That’s the spirit, more or less. Finally my British spirit will be reunited with its motherland. Considering the fact it’s a major life-changing event, I give it surprisingly little thought. It all happens without me really clicking that it’s happening.

And before I know it, I’ve just waved off my aunt and my father. I’m standing alone in the middle of my unsurprisingly miniscule room. Being the first to move in to the place, I get first choice of the kitchen cupboards and shelves, which is nice. I get going with sorting everything out, and with the corner of my ear, I hear movement. The other flatmate sounds like he’s waved off his parents too, and we’re both alone in the apartment. Ugh, that feels a bit awkward. I decide I’m going to walk out of the secure premises of my room, and I WILL socialise. It takes my hand a rather long pep talk, but in the end it turns the handle and I emerge. 

Disgracefully, the university hasn’t provided the flat with a kettle. Even MORE disgracefully, the new flatmate doesn’t even drink tea. 100% British from Windsor, and he doesn’t drink tea… I’m shocked! More to the point, brewing a cuppa is the ultimate thing to do when you’re at loss of things to do, so what do I do??? I boil some water on the hob (thus baptising one of my newly bought Ikea pans!) and we get chatting. It’s actually easier than it seems. 

Later that day, after a long night of socialisation involving a lot of people, a nightclub (a schocking experience for someone like me, who had never been to such a place before 😉 ) and a hilariously embarrassing episode with my flatmate, I finally find myself in bed. My first day living in Cardiff has already ended. Though I’m exhausted, I have a pretty good feeling about the whole thing. I guess I feel I have found my place to be, at last.


 

Il giorno della partenza è molto strano. Ci sono così tante valigie! Non ci sono abituata… E sto volando verso il Regno Unito con mio padre, altra cosa strana, dato che non abbiamo mai volato insieme, solo noi due. In un certo senso sembra quasi di partire per una vacanza, specialmente dato che non andiamo direttamente a Cardiff, ma ci fermiamo da mia zia per il weekend. Andiamo pure a Londra a trovare mia cugina, più turisti di così non si può, direi. Nulla a che fare con il trasferirsi fuori dall’Italia, alla volta del Regno Unito. In verità, non è la prima volta che succede. Mia madre, mio fratello ed io andammo a vivere dai miei nonni a Wisbech (un posto stupendo!) nel 2002, ma era tanto tempo fa. In più sto andando a vivere a Cardiff, cosa che nessuno mai nella mia famiglia ha fatto. Ha un che di molto epico e in un certo senso coloniale… “Avendo conquistato già la Scozia, l’Inghilterra e l’Italia, la gloriosa famiglia procede verso una nuova terra: il Galles!”

A dire il vero, sono contentissima di andare a vivere fuori dall’Italia. Dopo cinque anni piuttosto ingloriosi di liceo, perennemente circondata da persone spiacevoli, andarmene a vivere lontano, lontano è a dir poco un sollievo. Quello stivale stava diventando un po’ troppo stretto. È finito il tempo delle scarpe invernali, d’ora in poi solo infradito! È questo lo spirito, più o meno. Finalmente il mio spirito britannico si potrà riunire con la sua madrepatria. Considerando il fatto che è stato un avvenimento che mi ha cambiato la vita, ci ho pensato su molto poco. Succede tutto senza che io mi accorga veramente che sta accadendo.

E, prima di rendermi conto di cosa sto facendo, ho già salutato mio padre e mia zia. Sono in piedi da sola in mezzo alla mia stanza, che, e la cosa non mi sorprende, è minuscola. Essendo la prima a entrare nel nuovo appartamento, posso avere la prima scelta sugli armadi e scaffali da cucina, che non è male. Comincio un po’ a sistemare le cose, e, con la coda dell’orecchio, percepisco un movimento. Sembra che anche l’altro coinquilino abbia appena salutato i genitori, e ora siamo entrambi soli nella casa. Argh, la cosa si fa un po’ imbarazzante. Decido di lasciare i sicuri confini della mia stanza, e socializzerò. Lo FARÒ. Dopo una lunga opera di convincimento, la mia mano gira la maniglia della porta, ed emergo.

Scandalosamente, l’università non ha fornito la casa di un bollitore. Ancora PIÙ scandalosamente, il nuovo coinquilino neanche beve il thé. Britannico DOC di Windsor, e non beve il thé… Sono sconvolta! Più che altro, farsi una bella tazza è quello che si fa quando non si sa cosa fare, quindi cosa faccio??? Metto l’acqua sul fuoco (battezzando così il mio pentolino Ikea nuovo di zecca) e cominciamo a ciattellare. In verità, è più facile di quanto sembri.

Più tardi quella sera, dopo una lunga notte di socializzazione, cosa che ha coinvolto la presenza di altre persone, una discoteca (cosa sconvolgente per una come me, che non ero mai stata prima di allora in un posto del genere 😉 ) e un gloriosamente imbarazzante episodio con il nuovo coinquilino, finalmente mi trovo a letto. Il mio primo giorno a Cardiff è già terminato. Anche se stravolta, ho un buon presentimento su questa cosa. Suppongo che mi senta di aver finalmente trovato un posto che mi appartiene.